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ultimo aggiornamento:
5 luglio 2019

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IL PERCHÉ DEL NOSTRO SUCCESSO

L'AICAM ha più di 30 anni vita, non è associata alla Federazione fra le Società Filateliche Italiane (la meccanofilia non è compresa fra la specializzazioni filateliche previste dalla FIP), non è nel giro della filatelia ufficiale e quindi non ha una grande visibilità. Eppure, per numero di Soci, è la terza per importanza fra le Associazioni Filateliche nazionali. Una delle ragioni la fornisce Fabio Bonacina riferendo un suo colloquio con il Presidente dell'AICAM, Paolo Padova.

"All'interno del settore filatelico l'AICAM rappresenta una realtà di nicchia. Non esiste un mercato vero e proprio in quanto il valore economico del materiale è, in genere, assai limitato, addirittura "zero" per il materiale moderno ed attuale, tanto che in tutti gli incontri dell'AICAM è in programma una "riunione di scambi", nella quale ognuno porta del materiale che viene messo a libera disposizione di tutti ed ognuno può liberamente prelevare quello che vuole dal materiale recato dai Consoci. Se qualcuno trova un'affrancatura riguardante il calcio, e sa che sto lavorando su quell'argomento, me la tiene da parte, ed io faccio lo stesso per gli altri." Parole di Paolo Padova. "È partendo da questa base che si è generato un rapporto concatenato di collaborazione e di amicizia che fa dell'AICAM una associazione unica per quanto riguarda lo spirito societario, tanto che fra i Soci si parla di famiglia AICAM."

È sintomatico il fatto che quando un Socio, che non è mai stato presente prima ad un nostro incontro, ha occasione di stare con noi per la prima volta, ci ritorna, rimpiangendo di non averlo mai fatto prima. E questo spiega il perché dell'elevato numero di Soci presenti ad ogni nostro incontro, anche se non vi è esposizione a concorso o convegno commerciale.

Anche le Gentili Signore, da anni, si sono ritagliate un loro spazio: si è formato un affiatato gruppo –da noi scherzosamente chiamato delle "AICAM GIRLS"– che durante i nostri incontri si gestisce in maniera autonoma, mentre è presente in maniera compatta quando ci si ritrova a tavola o nei diversivi extra-filatelici che non mancano mai nei nostri programmi.

Gennaio 2016

 
 

ATTENZIONE! DATE CORRETTE
LA NAZIONALE DI LAVAGNA SI SVOLGERÀ NEI GIORNI 20, 21 e 22 SETTEMBRE 2019


 

SPEEDMASTER OMEGA: L'OROLOGIO CHE ANDÒ SULLA LUNA

Paolo Padova

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Nella storia dell'esplorazione spaziale un ruolo rilevante ha assunto l'orologio, necessario per controllare tutte le attività che dovevano svolgere gli astronauti.


 
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Già Jurij Gagarin, il primo uomo ad andare nello spazio nel 1961, regolava le sue azioni in orbita guardando il proprio cronografo e così hanno fatto i cosmonauti americani Scott Carpenter, Wally Schirra e Gordon Cooper, ma ancora si trattava di scelte soprattutto personali.


 
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Solo nel 1962 la Nasa riteneva opportuno che, oltre agli strumenti del cruscotto della navicella, gli astronauti dovessero avere al polso un cronografo "ufficiale" estremamente accurato, leggibile, resistente e affidabile che permettesse loro di calcolare l'esatto momento in cui accendere i retrorazzi ed iniziare la manovra di discesa, in caso di guasti agli apparati della navicella o ad interruzioni delle comunicazioni con il centro di controllo di Houston.


 
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Venivano quindi selezionati tre modelli di cronografi (Longines, Omega e Rolex) per i test finali comprendenti alte compressioni e improvvise decompressioni, prove d'urto, di accelerazione e di umidità relativa.


 
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La scelta cadeva sull'Omega Speedmaster che, da quel momento, diventava il cronografo ufficiale degli astronauti della Nasa.


 
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Se ne sarebbe servito Edward White nel 1965 per controllare la tempistica della sua passeggiata spaziale intorno alla capsula Gemini 4 e, soprattutto, Edwin Aldrin, il 20 luglio 1969 durante la sua camminata sulla luna, di cui quest'anno ricorre il cinquantesimo anniversario.


 
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Se questo è stato il momento più memorabile per l'Omega Speedmaster, il più cruciale è legato all'Apollo XIII, quando salvava la vita agli astronauti che rischiavano di perdersi nello spazio a causa di un guasto tecnico che già non aveva reso possibile l'allunaggio e non permetteva di programmare le manovre necessarie per il ritorno sulla terra. Solo grazie al cronografo James Lovel, Jack Swigert e Fred Haise hanno potuto calcolare i tempi di uscita dall'orbita e tornare a casa sani e salvi.


 
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Omega Speedmaster (Smithsonian Museum Air and Space)

L'ALBERO DEL CACAO

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Il grande botanico Linneo nel 1723 diede il nome botanico di "Theobroma Cacao" ad una pianta sempreverde originaria della grande foresta equatoriale del Centro e Sud America, tra 20 latitudine nord e 20 latitudine sud: l'albero del cacao.


 
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L'albero del cacao, alto tra 5 e 10 metri, è molto delicato: abbisogna di un caldo umido con temperature tra i 24 e 28 C; soffre il vento e si sviluppa all'ombra di piante più alte per godere dell'umidità e del riparo dalla luce diretta.


 
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Piantagione di alberi del cacao (figurina Liebig del 1929)

 

L'albero del cacao produce dai 20 ai 50 frutti che spuntano direttamente dal tronco o dalle biforcazioni dei rami principali, chiamati cabossidi, grandi come una barbabietola da zucchero, di forma bislunga e del peso di circa 500 grammi, che contengono da 20 a 50 semi ovali, le fave di cacao.


 
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Cabosside aperto con fave di cacao (figurina Liebig del 1929)

 

Il significato di Theobroma è "Cibo degli dei" e, come tale era già stato riconosciuto dai Maya e dagli Aztechi che ci hanno tramandato il nome di "cacauatl". I Maya già lo coltivavano attorno all'anno 400 in Messico, dove realizzarono le prime piantagioni che si conoscono. Utilizzavano le fave di cacao per preparare una bevanda molto nutriente, chiamata "Xocolatl", nome dal quale deriva l'attuale cioccolato e le consideravano talmente preziose al punto di utilizzarle come mezzo di pagamento.


 
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Albero del cacao con i cabossidi da una tavola di farmacopea azteca (seconda metà del secolo XVI)

 

Gli Aztechi ripresero alla lettera queste abitudini quando conquistarono il Messico nel 12 secolo: i medici stregoni aztechi scoprirono anche nel cacao virtù medicinali.


 
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luxottica1 1 OTTOBRE 2018: NASCE ESSILOR-LUXOTTICA

Il consiglio d'amministrazione di Luxottica ha dato il via libera. Nasce così il nuovo gruppo Essilor-Luxottica, che unisce due colossi del settore degli occhiali in una joint venture da 16 miliardi di euro di fatturato e 57 miliardi di capitalizzazione.

Nel comunicato rilasciato ieri dall'azienda italiana si legge che la Delfin srl, finanziaria di Leonardo del Vecchio, fondatore e azionista di maggioranza di Luxottica (con il 64% delle azioni), conferisce la sua parte a favore del gruppo Essilor International (Compagnie Général d'Optique), rinominato appunto Essilor-Luxottica.

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L'unione dei due colossi crea un nuovo leader globale di oltre 140 mila dipendenti nel settore del design, della produzione e distribuzione di lenti oftalmiche, delle montature da vista e degli occhiali da sole. Da una parte il gruppo di Del Vecchio con le sue montature per occhiali, dall'altra i francesi con le lenti.

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La sola azienda italiana, presente in oltre 150 paesi nel mondo, nel 2017 ha registrato un fatturato di circa 9,2 miliardi di euro. Suoi sono i marchi Ray-Ban, Oakley, Vogue Eyewear, Persol, Oliver Peoples e Alain Mikli, mentre in licenza lavora per Giorgio Armani, Burberry, Bulgari, Chanel, Dolce&Gabbana, Ferrari, Michael Kors, Prada, Ralph Lauren, Tiffany & Co., Valentino e Versace.

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La sede scelta per la nuova holding sarà Parigi ma resterà comunque quotata alla borsa di Milano, dove per ora resterà anche Luxottica spa, con la prospettiva di una doppia quotazione in futuro. Sui mercati finanziari la nuova azienda sarà poi identificata con il "ticker" EL.

Il cda unico del nuovo gruppo, invece, sarà equamente suddiviso tra Italia e Francia, con Del Vecchio come presidente esecutivo e l'attuale numero uno di Essilor, Hubert Sagnieres, come vice presidente esecutivo con gli stessi poteri. Infine, anche l'attuale amministratore delegato del gruppo italiano, Francesco Milleri, sarà presente nel futuro consiglio di amministrazione.


IL LIEVITO MADRE HA SALVATO LA MELEGATTI

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La Melegatti, storica e antica casa produttrice veronese di prodotti da forno, ritorna alla produzione grazie a una cordata italiana che ha permesso a 35 dipendenti di tornare al lavoro giusto in tempo per sfornare i tradizionali pandori di Natale. Ma se i dolci della Melegatti sono riapparsi per Natale sugli scaffali dei supermercati è merito soprattutto di Davide Stupazzoni e Matteo Peraro: due dipendenti che, senza percepire stipendio, in tutti questi mesi hanno lavorato ogni giorno per mantenere in vita il prezioso lievito madre. Anche nei tempi più difficili, quando l'azienda è stata chiusa, loro si sono sempre preoccupati di custodire e curare l'ingrediente base dei dolci della azienda.

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"Il lievito va nutrito ogni giorno, altrimenti c'è il rischio che muoia. E stiamo parlando di qualcosa di unico, che ha almeno 124 anni di storia, perché verosimilmente esisteva da prima che venisse fondata la ditta, utilizzato nella prima pasticceria di Domenico Melegatti", ha riferito a Il Corriere del Veneto Giacomo Spezzapria, il nuovo ad, riferendosi ai due addetti che già sul web sono stati definiti "eroi". È anche grazie a loro se da qualche tempo i forni si sono riaccesi, il profumo di pandoro è tornato nell'aria ed è comparsa la prima fila davanti allo spaccio aziendale. Non solo, l'azienda ha avuto una valanga di richieste da tutta Italia: il Natale della Melegatti (e della tavole italiane) è salvo, anche grazie a Matteo e Davide.

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